Quante volte ci siamo addentrati in un territorio viticolo, caratterizzato da pianure, rilievi, colline più ardite rigate dall’andamento dei vigneti?

Un paesaggio antropizzato, inserito in un territorio che spesso (ma non sempre) lo caratterizza piacevolmente in un atmosfera legata alla terra e alle tradizioni. Quante volte però, percorrendo quell’itinerario vi siete trovati davanti ad una cantina che ha catturato la vostra attenzione portandovi a dire “Wooow…!” oppure “Ma dove siamo…?!” o ancora “Architetti… non capiscono un c….o!”.

Vi siete ma domandati da dove è nata questa tendenza a stupire specialmente in ambito Vitivinicolo?

No? Bhè, ve lo spiego io!

L’inizio…

L’estrema competitività del settore enologico si è progressivamente sempre più spostata dalla tecnologia “del fare un buon vino” alla proposta di accoglienza in grado di offrire ai propri visitatori non solo un prodotto vendibile, ma anche una serie di servizi.

Oggi, questi servizi, vanno dalla ristorazione ai corsi di assaggio, dalla possibilità di offrire spazi per eventi congressuali o esposizioni, fino all’opportunità di avere un vero e proprio servizio di hotellerie in cui pernottare direttamente in cantina con un’offerta di trattamenti benessere e addirittura spa

Quando ebbe inizio tutto questo?

A partire dagli anni Novanta, si è assistito a una proliferazione di questa tipologia di cantine vitivinicole, le quali si sono servite del ruolo dell’architettura come “comunicatrice di simboli”, come mezzo che permette il riconoscimento di qualcosa già noto (il vino) ma reso grandioso agli occhi di tutti al fine di fare del proprio prodotto un’immagine socialmente riconosciuta (vino + grande architettura).

Il mondo del vino ha progressivamente iniziato a far posto a spazi destinati al pubblico attraverso architetture multi-funzione come nuova strategia di mercato per incrementare il proprio prestigio, oltre che le vendite. Un vero e proprio movimento di marketing strategico che vanta 6 milioni di visitatori l’anno solo in Italia.

Qualche esempio?

Soluzioni di grande successo, che spesso vantano firme di grandi architetti di fama internazionale, come l’eccentrica cantina-albergo-spa progettata da Frank O. Gehry: Vinos Herederos de Marques de Riscal localizzata nei Paesi Baschi in Spagna (foto di copertina).

marques de riscal in spagna

Oppure il Centro visitatori Loisium di Steven Holl a Langenlois in Austria collegato alle cantine attraverso le storiche gallerie ipogee. Al suo interno vi si trova un centro congressuale, sale poli-funzionali per corsi didattici, scuole di cucina e degustazione oltre a un albergo.

loisiun center in austria

Chi ha dato il via a questa tendenza?

Come questa tendenza si sia attivata, è da ricercare ne rinascita enologica dopo le flessioni causate dalle guerre mondiali e dalla rapida ascesa delle realtà Californiane: Sonoma, ma soprattutto Napa Valley.

E così verso la fine degli anni ’90, si ebbe il primo caso di cantina rappresentativa ex novo: Dominus Winery degli architetti svizzeri Herzog e de Meuron commissionata da Christian Moueix, viticultore francese produttore del noto vino Dominus da cui l’azienda prende il nome.

dominus winary

e in Europa?

In Euorpa la prima cantina rappresentativa che ha caratterizzato decine di pubblicazioni, si è dovuta attendere solo tre anni con Bodega Ysios in Spagna, opera di Santiago Calatrava. Una grande forma espressiva in grado di interpretare l’andamento morfologico del terreno, sintetizzato nell’immagine della vigna attraverso il gesto retorico della sinusoide.

bodega ysios

La resa dei conti

Cosa dite di queste immagini? Pensate che questi interventi siano legati a una strategia di successo o all’espressione: “cattedrali nel deserto”?

Quando affronto questo tema così sensibile, la maggior parte delle persone sostiene si tratti di opere “da virtuosismo fine a sé stesso” ma in fondo, se ci pensate bene, una cosa non esclude l’altra e tra “architettura” e “vino” c’è molto più di un punto di incontro.

Architettura contro vino?

Proverò a convincervi partendo dal principio, da prima che tutto ebbe inizio!

Immaginate l’architettura come qualcosa di lento, stabile, fermo. Ci vuole del tempo per pensarla, sognarla, amarla e poi odiarla per liberarsi da essa, per non rimanerne fatalmente legati. E’ di per sé un contenitore statico, seppur spesso dinamico, ma pur sempre radicato al suolo, immobile.

Ora riflettete sul vino, a quanta dedizione ci vuole a partire da una piccola alborella, fino al vino in un bicchiere. Alle prove, gli assemblaggi, i successi e gli insuccessi per arrivare a quel liquido, al risultato sognato. Una pianta, che mette radici nel terreno e silenziosa, offre il suo frutto nel tempo.

“Architettura” e “Vino” per tradizione, richiedono scelte, impegno e pazienza.

L’enologia, contraddistinta dalla ricerca di qualità e innovazione, ha trovato un perfetto dialogo con l’architettura, una dimora ospitale, ed entrambe hanno attinto da diverse culture e territori sempre nuovi.

Due mondi che si mescolano per trovare quella che gli appassionati di bollicine riconoscono nella perfetta liqueur d’expèdition in grado di convergere in un solo obiettivo più saperi e più culture, come ha saputo fare nella prima metà del Novecento César Martinell Brunet con le sue Cattedrali del Vino.

Dagli châteaux bordolesi alle più moderne e sofisticate cantine ad opera dello star system e dagli architetti plurinominati, il fine comune è sempre stato quello di trasmettere la propria immagine comunicativa.

Un’immagine tradotta nel proprio marchio di garanzia e dalla forma dell’architettura che la ospita, in cui il fine ultimo è sempre stato quello di suggellare il paziente mondo del vino con quello virtuoso dell’architettura.

petra wine in maremma
Cantina Petra di Mario Botta

Se queste cantine piacciano o dialoghino con il paesaggio… bhè questa è tutta un’altra storia!

 

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